"L’eccidio della Famiglia Tavani Arquati" di Carlo Ademollo (1880)


Carlo Ademollo

L'eccidio della Famiglia Tavani Arquati (1880)

Dipinto a olio su tela

Museo del Risorgimento

 

Nel 1880 Carlo Ademollo dipinse la drammatica vicenda avvenuta all’interno del lanificio di proprietà di Ajani: nel 25 ottobre del 1867 il direttore della fabbrica era Francesco Arquati, marito di Giuditta Tavani, entrambi di famiglia agiata, imprenditori borghesi di Roma. Quest’ultima, figlia di un combattente della Repubblica romana, era cresciuta nel culto eroico della libertà ed è in questo contesto che Giuditta aderisce al movimento insurrezionale. Nel lanificio, un gruppo di rivoluzionari lavora  a preparare  cartucce, per errore un’arma esplode mentre passano una pattuglia di gendarmi e due zuavi: la forza pubblica interviene colpendo e uccidendo i componenti, presenti, della famiglia Arquati.

La vicenda ebbe enorme importanza e Ademollo la trasferì in questo dipinto.

L’impianto del quadro, dalle grandi dimensioni, armonizzato in equilibrati accordi cromatici, è severo. La figura del carabiniere, ritratto di spalle, divide in due parti il dipinto.

L’episodio dell’eccidio è rappresentato, con dovizia di particolari nella descrizione delle divise, delle armi, nelle espressioni dei volti dei caduti, e sui visi dei gendarmi e degli zuavi si coglie lo sconcerto e l’incredulità alla vista della scena.

Nella quadratura di destra emergono la figura del curato e del ferito bendato sull’occhio sinistro, tre carabinieri con fucili in pugno, tutti avvolti da tinte più brillanti rispetto al resto dell’opera.

I tre corpi della famiglia Tavani Arquati, fulcro centrale dell’opera, sono riversi senza vita sul pavimento fra i gendarmi e la madre gravida che cinge il figlio acuisce la drammaticità della scena.

Il senso realistico della vicenda rappresentata è dato anche dalla descrizione del fumo della battaglia appena terminata e dalla prospettiva dell’interno della fabbrica.      

In questa immagine si evince che il Risorgimento è stato una vera guerra con martiri ed eroi.

Durante il conflitto della seconda guerra mondiale la tela subisce un arrotolamento su cilindro di legno realizzato con delle aste a spigolo vivo che segneranno in modo indelebile il supporto cellulosico, che, avendo una sua memoria anche dopo la foderatura dell’intervento di restauro presumibilmente risalente agli anni sessanta, si è riproposta prepotentemente.

Questo modo di salvaguardare le opere dai bombardamenti riguarda diversi dipinti di grande formato che ora sono collocati all’interno del museo del Risorgimento.

Le opere che hanno vissuto la stessa esperienza hanno riportato traumi sul supporto cellulosico e sugli strati soprammessi che costituiscono il dipinto ma confutando la capacità pittorica dei pittori “risorgimentali” di rendere i materiali costitutivi molto elastici, perché oggi con un intervento di restauro adeguato possono ritrovare la planarità originale.

 

Carlo Ademollo

Nato a Firenze il 9 ottobre 1824, Carlo, nipote dell’artista milanese Luigi Ademollo, si forma a Firenze presso l’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Giuseppe Bezzuoli, un tardoromantico specializzatosi in vedute ma anche in dipinti di soggetto storico, al tempo molto richiesti. Aggregatosi verso il 1850 alla scuola di Staggia, paese del senese dove un piccolo gruppo di artisti, sul modello dell’Ecole de Barbizon, diede vita ad una pittura naturalistica dal vero, Ademollo frequenta il noto Caffè Michelangelo a Firenze - affrescandone anche una sala con la Disfida di Barletta - senza tuttavia aderire ufficialmente al gruppo dei Macchiaioli. La sua partecipazione alle vicende risorgimentali risale al 1859, quando prende parte, come volontario, alla seconda guerra di indipendenza. Nel 1866 è aiutante del comandante della Guardia Nazionale Toscana. Le sue doti artistiche e i suoi ideali gli consentono di essere nominato dal re pittore d’armata e di illustrare i più importanti momenti del Risorgimento italiano. Di sua mano sono anche intensi ritratti dei protagonisti di questi giorni, alcuni di loro, come ad esempio i fratelli Cairoli, legati all’artista da profonda amicizia. Professore corrispondente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze dal 1869, muore nella sua città natale il 15 luglio 1911.

 

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